PREFAZIONE - Da tempo
siamo costretti a vivere un’epoca bislacca, sempre oscillante tra precisione
matematica ed approssimazioni spannometriche. Siamo infatti una generazione
ibrida, orfana di sogni e debole a speranze, ma anche minata dal relativismo,
appesantita dai dubbi, avara di certezze. Così, se possiamo vantare
un’esattezza micrometrica nell’ablazione a distanza di un’appendice, sovente ci
perdiamo nelle più comuni definizioni sistematiche, confondendo la fede e la
fiducia, la legge ed il diritto, secondo linee di fuga dalla verità indegne di
noi e del nostro retaggio culturale. Questo, purtroppo, siamo: i figli di una
società commercial-tecnocratica che, per avere spazio sulla scrivania ha
gettato a terra tutto quello che ci stava sopra. Ossia, prevalentemente, quello
che concorreva a fare di noi una civiltà. Quanto bisogno, perciò, abbiamo di
libri come questo di Rosselli, e con quale piacere ne salutiamo l’avvento. In
queste pagine non c’è spazio per il pettegolezzo protocollare, tanto caro a
certa storiografia d’accatto, prodotta da studiosi spesso improvvisati che
prima si sono fatti un nome in altri campi e, poi, lo hanno sfruttato come
valore aggiunto, per sfornare robusti, ma vani centoni. Alberto Rosselli al
contrario scrive di storia perché l’anima dello storico ce l’ha dentro; ed è in
lui impellente il bisogno di chiarezza, sua in
primis e, per conseguenza, dei lettori. Ecco perché, seguendo una sorta di traccia
invisibile, come certi Setter di buona schiatta, quando si trasformano in
statue pulsanti, puntando una preda a noi del tutto nascosta, ma per loro di
tutta evidenza, l’autore si è imbarcato in questa impresa seriale: questa
fatica dissipativa delle nebbie che, almeno per chi scrive, avvolgevano una
parte tanto nobile ed antica del mondo e della nostra memoria storica. Dunque,
con perseverante sicurezza, questo storico genovese ha intrapreso la sua traversata,
da buon pilota che, doppiato San Fruttuoso, ha puntato deciso la prua verso
Levante, come seppero fare i suoi antenati, tra la Meloria e San Giovanni
d’Acri. E tornando da queste sue spedizioni nell’ Outremer del nostro passato, non si è però limitato a riportare a
casa bauli colmi di spezie o casse ferrate in cui nascondere tesori, ma al
contrario verità, pacata chiarezza e utili riflessioni. Oggi, vede la luce per
i tipi di Enzo Cipriano, questa terza icona del polittico ‘turcomanno’ di
Rosselli. E diciamo polittico e non trittico (ci riferiamo a Sulla Turchia e l’Europa e a L’Olocausto armeno), poiché vorremmo che
in futuro altri quadri ancora si aggiungessero. Il presente è infatti un libro
- come sempre parlando di quelli rosselliani - di grande nitore. Trattasi di un
testo essenziale, di quelli che, una volta letti, viene da dire: strano non
averci mai fatto caso. Esso scende, per così dire, alle radici di quel vasto
fenomeno, che sta pervadendo i nostri tempi, e che, purtroppo, ci ha preso un
po’ alla sprovvista, cioè il ‘fenomeno’ dell’Asia di Mezzo. Questa immensa regione,
troppo lontana per avere avuto accesso all’interno delle ellittiche orbite
mediterranee, ma anche troppo vicina per profumare d’Oriente salgariano. Questa
realtà geografica, storica e culturale che ai nostri giorni si è trasformata in
un enigma politico dei più pressanti. Troppo poco ne sappiamo; troppo nasconde
nelle sue viscere, in termini di materie essenziali per il nostro sviluppo. Troppo
è destinata a contare, in chiave planetaria, stretta com’è tra le gorgoglianti
eredità dell’impero persiano e dell’Islam, i fatiscenti retaggi di quello
sovietico e, soprattutto, le inquietanti e colossali figure di stati-continente
come l’India ed ancor più la Cina. L’Asia Centrale, questo strano e variegato
mondo turcofono che ci rammenta la “via della seta” e i tempi che furono,
abitato da gente orgogliosa e dura, capace di raffinatezze elaboratissime ma
anche di faide primitive, è la materia del Panturanismo, che, con il
Panturchismo, rappresentò - e pare stia tornando a rappresentare - una specie
di sogno revanchista. Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan
e Turkmenistan sono i Paesi che fanno parte di questo vasto contenitore
etnico-linguistico e culturale: nomi che stanno un po’ a cavallo tra geografia
e fantasia, che sembrano indicare più luoghi dell’anima che terre vere e vera
gente. Con il suo libro, Rosselli - che sembrerebbe avere come scopo ultimo del
proprio scrivere il raggiungere le cose e i fatti più nascosti e meno evidenti
- ha voluto indagare questa porzione ampia, ma dimenticata di mondo. E ne ha
tratto un’opera che contiene la necessaria informazione, assai opportunamente
radunata secondo le canoniche distinzioni cronologiche, geografiche e
politiche, ma che propende anche verso il filosofico. Essa, infatti, permette
al lettore di domandarsi, una volta tanto, quale sia il destino della nostra
gente e dei popoli che con noi – anche a dispetto di tanta distanza -
interagiscono. Non mi si fraintenda: il libro di Rosselli non può e non vuole
essere una sorta di “summa”, né vuole autoproporsi come vitamina per i cervelli
dell’Occidente. E’ opera, anzi, di un autore che ha sempre esercitato la
modestia e l’understatement come suo tratto
distintivo. Sono parole mie, queste: parole che tuttavia non nascono da quelle gentilezze
reciproche che talvolta si è soliti scambiare tra coloro che, seppure in modi
assai diversi, bazzichino la stessa musa. Ogni volta che mi trovo in mano un
libro di questo collega ligure, resto colpito dalla sua capacità di rivelarsi ad
un contempo lucidamente analitico e profondamente acuto, come un matematico che
si diletti nel comporre musica. Il suo esordio sul palcoscenico ‘turanico’ si
ebbe con quel capolavoro di sintesi che è stato Sulla Turchia in Europa, sorta di documentato pamphlet: grimaldello
pratico e ideale per penetrare in quell’universo eterogeneo e semisconosciuto
che è il mondo turco. A quello, fece seguito un libro più minuto ma di grande
umanità, dedicato ai drammatici rapporti tra la Turchia e la sua minoranza
armena, culminati nel genocidio del 1914-15. Questo terzo volume è, per la
verità, di più ampio respiro e di assai più difficile compilazione. Esso parte
dall’idea stessa di ‘turanicità’, per esaminare la storia e la geografia di un
nazionalismo sovranazionale, bizzarramente laico in un senso tutto suo, che
accomuna popoli che la storia ha voluto divisi per secoli e che pare, come già
detto, tornare in vita, nei nuovi scenari geopolitici che la caduta del Muro di
Berlino ha via via delineato. Come sempre fa, Rosselli non rinuncia agli
apparati. Da professionista egli fornisce dettagliate cronache, indicazioni puntuali,
e tutte le note necessarie a sviscerare il tema nei suoi anfratti. Ma il
nocciolo di questo libro sta forse nella capacità di avere saputo descrivere anche
poeticamente una realtà, di avere saputo guidare il lettore in un mondo multicolore,
rilucente di povertà e bellezza, di sfarzo e di piste polverose e misteriose,
su cui lento avanza il cammello dalla folta pelliccia, biascicando il suo
silenzio senza fine; e di disegnare, all’orizzonte del nostro futuro, una nuova
realtà transnazionale, cui non avevamo pensato o considerato abbastanza, cioè
l’universo panturanico. Un mondo antichissimo e nuovo al tempo stesso, che
molto presto ci costringerà ad occuparci di lui, seriamente. La nostra è, come
si è detto, un’epoca bislacca, superficiale e stremata dalla velocità, ma,
prima o poi, come è del tutto noto, anche questa, come tutte le altre, terminerà.
Quando la vita spericolata passa di moda, conviene infatti ritornare con i piedi
per terra e dedicarsi con semplicità e serietà alle cose reali della vita.
Conviene tornare a pensare e a ragionare, proprio come cerca di fare Rosselli
nei suoi libri. La mia speranza è che non sia vox clamantis in deserto, e il mio augurio è che questo testo possa
godere della fortuna che merita. Perché sarebbe una fortuna anche per i
lettori. A partire dal sottoscritto, che ha avuto il privilegio di leggerlo
prima di chiunque altro. (Marco Cimmino)9
martedì 5 gennaio 2021
IL MOVIMENTO PANTURANICO E LA "GRANDE TURCHIA" di Alberto Rosselli
L’Asia
Centrale, questo variegato mondo turcofono che ci rammenta la “Via della seta”,
abitato da gente orgogliosa della propria identità, capace di raffinatezze
elaboratissime ma anche di crudeltà primitive, è la materia del Panturanismo,
che, con il Panturchismo, rappresentò - e pare stia tornando a rappresentare –
il sogno revanchista del vasto e transnazionale ‘popolo turanico’. Turchia,
Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan sono i paesi
che fanno parte di questo immenso contenitore etnico-linguistico destinato,
sembra, a giocare un ruolo strategico – soprattutto economico e militare. Con
questa sua ultima ardua opera, Alberto Rosselli ha voluto indagare questa
ampia, ma assai poco conosciuta area del mondo, legata da un filo sottile, ma
robusto ed antico, ad Ankara. E ne ha tratto uno saggio storico e geopolitico
che propende, tuttavia, anche verso l’analisi antropologica e filosofica. Esso
permette infatti al lettore di comprendere le complesse radici e il significato
profondo del ‘nazionalismo’ turco e le mai interrotte connessioni religiose,
culturali e linguistiche esistenti tra il popolo anatolico e le genti
dell’’Asia di mezzo’.